Il paese natio
i luoghi ganzettiani di Come un pugno di farina
Divertissement fotografico postumo ottenuto con autentiche foto satellitari elaborate dal programma
Google Earth
Ci siamo già occupati
in altra sede dei luoghi celebrati nei romanzi dello scrittore Marco Ganzetto.
Ciò che vi proponiano ora è un'originale alternativa: gli stessi luoghi rivisti
dal satellite ed elaborati dal programma
Google Earth.
Le foto qui raffigurate non sono precedenti all'anno 2003 e la loro definizione è a dir poco impressionante.
Vi consigliamo di scaricare gratuitamente
qui il programma
Google Earth, col quale potrete sbirciare in molti angoli della Terra ad altissima risoluzione, salvando o stampando immagini e contrassegnandovi perfino i luoghi di vostro particolare interesse.
Capitolo 1: chiesa e camposanto
Lo sentite questo vento caldo, a proposito? E’ afoso, avvolge la pelle come un sudario. E’ un vento infuocato, e porta con sé arsura che cuoce i sensi, polvere che penetra in ogni angolo di questa stanza, foglie che invadono la piazza sottostante e i giardini di piccole case disseminate qui attorno. E qualche volta pure la pioggia. Ma il vento d’estate porta anche strane storie, se lo si sa ascoltare.
E noi, in tutti questi anni, abbiamo udito e trascritto molte di queste trame. Storie interessanti e noiose, alcune tristi, altre allegre, credibili le une e assurde le altre, corte e lunghe, storie d’amore e di amicizia, di vita e di morte.
Vere o false, non ha molta importanza…
Il campanile visto dall'argine del fiume
Rapidi e ordinati, i viandanti sull’argine affrettavano il passo verso casa. La gente di pianura abbandonava la campagna per raccogliersi accanto al fuoco, alcuni attendendo la notte sulle aie, le dita infilate nei tasti di una fisarmonica, gli occhi rivolti al cielo e il cuore anche più oltre.
E, ancora oggi, sembra che la campana mormori instancabile, nella suggestiva lingua delle sponde del Reno, le antiche strofe che invitano i paesani al raccoglimento:
L’è l’oura ‘d l’Ave Maria:
Vo’ andè a ca’ vostra
C’me a stag a ca’ mia.
Via, tutti a casa nell’ora che volge al tramonto. E’ l’ora dell’oblio, del rimpianto, per chi rimpianti ha.
Sì, è davvero questa l’ora giusta per andarsene.
Ponte nuovo e ponte vecchio
“Mamma, scusami ma non posso dormire! Mamma, il mio male è insopportabile. Mamma, vorrei uscire, vorrei proprio andarmene di qui…”
Notti insonni sull’argine del fiume sonnolento, una madre protettiva e una figlia debole e sofferente del male di vivere, a vagare l’una di fianco all’altra, l’una armata di spada e l’altra di un tenero scudo di rassegnazione, entrambe custodite dal silenzio della radura di salici ove, alla lontana, spiccava il campanile del paese sospeso nella luce, le fondamenta affondate nell’oscurità.
Quante stelle avranno contate di lì all’alba, intente a varcare il Ponte Nuovo all’andata e il Ponte Vecchio al ritorno, mentre l’intero villaggio dormiva in un letargo sconsiderato?
E quante domande sempre poste per nulla, tipo: ma perché?